Più forti del Tempo – Canale di Corinto, Grecia

Per le grandi opere siamo abituati a tutt'altro: parcheggi, biglietterie, file infinite, targhe commemorative.

Mentre attraversavo la Grecia continentale mi ritrovai invece davanti a una lunga fila di auto ferme. Motori spenti. Saranno stati un centinaio di metri di coda. Sembrava tutto talmente immobile da convincermi a scendere e andare a vedere.

Sole cocente. Quasi quaranta gradi. Non c'è un po' d'ombra nemmeno a pagarla.

Cammino per qualche minuto e arrivo davanti a una stretta lingua d'acqua. Sembra quasi un fiume. Sulle due sponde ci sono due piccoli gabbiotti e una serie di cavi che ricordano il meccanismo di un ponte levatoio.

Con una differenza: il ponte, quì, non c'è.

Intorno a me, gli altri aspettano senza il minimo segno di insofferenza. Poco più avanti, due anziani in bicicletta si sono fermati fianco a fianco e continuano a chiacchierare tra loro, senza nemmeno voltarsi verso l'acqua. Per loro quella pausa non è un imprevisto: è solo un altro momento della giornata, buono quanto un altro per finire un discorso iniziato chissà dove.

Nei minuti successivi passano alcune imbarcazioni, grandi e piccole. Automobilisti, ciclisti e pedoni aspettano insieme a me. Nessuno sembra avere fretta. Per loro, evidentemente, è normale.

Poi una sirena.

Lo stridere dei cavi rompe il silenzio.

Passa un minuto. Poi un altro.

Continuo a guardare l'acqua, ma non succede nulla.

Finché qualcosa inizia lentamente ad emergere.

Il ponte.

Un ponte in ferro e legno, verniciato per resistere alla salsedine, riaffiora dall'acqua centimetro dopo centimetro. Qualche minuto ancora ed è di nuovo in posizione.

Le auto ripartono, i ciclisti attraversano, i pedoni riprendono il loro cammino. Come se non fosse successo niente.

Solo più tardi scoprirò che quel ponte è uno degli accessi al Canale di Corinto. Quando una nave deve passare, il ponte viene abbassato sotto il livello dell'acqua e riemerge soltanto una volta terminato il transito.

Ed è stato tornando verso la macchina che ho iniziato a pensarci. Perché ci sono voluti secoli per arrivare fin lì. È una cosa che, davanti al Canale di Corinto, si tende a dimenticare. Si guarda quel taglio nella roccia, si scatta una fotografia e si riparte. Anch'io, probabilmente, avrei fatto lo stesso se non mi fossi imbattuto in quel piccolo ponte.

Poi inizi a pensare.

Qualcuno, più di duemila anni fa, osservò quella stessa striscia di terra e immaginò di unire due mari. Un'idea semplice. Quasi ovvia.

Eppure non riuscì a realizzarla. E nemmeno chi venne dopo di lui. Per secoli quell'idea rimase lì, appoggiata su quella terra, aspettando qualcuno che la portasse a termine.

Nel frattempo sono cambiati imperi, governi, tecnologie. Alcuni ci provarono, altri rinunciarono. L'idea, invece, rimase lì.

Forse è proprio questo che mi colpisce del Canale di Corinto. Non tanto il canale. Ma il fatto che certe idee riescano a sopravvivere alle persone che le hanno immaginate. Viviamo in un'epoca in cui tutto sembra dover accadere in fretta. Se un progetto richiede troppo tempo, ci viene naturale pensare che non funzionerà mai. E invece esistono opere che sembrano ricordarci il contrario: che alcune cose hanno semplicemente bisogno di più tempo, di più persone, di più generazioni.

Ripensando a quella mattina, mi torna in mente proprio quel ponte. Non il momento in cui è scomparso sotto l'acqua. Ma quello in cui è riemerso. Perché, in fondo, il Canale di Corinto continua a vivere così: attraverso gesti ripetuti ogni giorno, quasi invisibili, che permettono a quell'idea nata secoli fa di continuare a fare ciò per cui era stata immaginata.

Forse è questo il motivo per cui me lo porterò dietro più di tante altre grandi opere. Non perché sia il canale più spettacolare che abbia visto, ma perché mi ha ricordato una cosa che troppo spesso dimentichiamo: le opere più grandi non sono quelle che si costruiscono in poco tempo.

Sono quelle che riescono ad attraversarlo.

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