Dignità galleggiante – Kampong Phluk, Cambogia

Quando la barca ha cominciato a scivolare tra le acque marroni del Tonlé Sap, sapevo di andare incontro a qualcosa di diverso.

Avevo sentito parlare dei villaggi galleggianti, dei tour troppo turistici, delle esperienze che si svuotano appena le fotografi. Ma Kampong Phluk non è così. Non per come l’ho vissuto io.

All’inizio si avanza in silenzio tra mangrovie e acqua fangosa, poi le palafitte spuntano all’orizzonte come scheletri d’albero. Le case sembrano galleggiare nel cielo, così alte da far sembrare piccola la barca su cui mi trovo. Ma la sorpresa vera arriva quando si attracca.

Scendo. E cammino.

Sì, perché qui, a differenza di altri villaggi galleggianti, è possibile esplorare a piedi — almeno nella stagione secca, quando il livello del lago si abbassa e la strada sterrata affiora tra le palafitte.

La sensazione è surreale. Cammini tra le fondamenta di case sospese nel vuoto. Sopra di te, famiglie che cucinano, bambini che giocano, donne che stendono il bucato. Sotto, terra bagnata, qualche maiale legato a un palo, odori forti di fango e legna bruciata.

Tutto è incredibilmente ordinato, come se ognuno avesse un compito preciso. Niente frenesia, niente voci alte. Solo una calma laboriosa. Un uomo mi saluta con un cenno, una donna mi sorride senza interrompere la pulizia del pesce. Nessuno mi ignora, ma nemmeno cercano di vendermi qualcosa. Non c’è marketing. C’è vita.

Mi infilo in un vicolo tra due file di case: i pali delle palafitte mi sovrastano come colonne, e da sopra sento un bambino ridere, mentre qualcun altro batte il riso su un grande telo. In quel momento, capisco di essere ospite. E non turista.

C’è anche una scuola. Un edificio semplice, dipinto di azzurro, che spicca tra le costruzioni in legno scuro. Dentro, banchi disordinati, disegni appesi, e una lavagna che sembra aver visto molte stagioni. Fuori, alcuni bambini giocano a rincorrersi, le divise sporche di terra e allegria. È uno dei momenti che mi rimarranno addosso più a lungo.

Le condizioni igieniche sono oggettivamente precarie: non c’è un sistema fognario, i rifiuti finiscono spesso nel fiume, l’acqua stagnante è ovunque. Ma nonostante questo, il villaggio è pulito, curato, vissuto con dignità. C’è una cultura dell’ordine che non ha bisogno di mezzi moderni per farsi vedere.

Tornando verso la barca, ripenso a quante volte ho associato la povertà al disordine, alla disperazione. Kampong Phluk rompe quel cliché. Qui la povertà convive con la fierezza, con il senso di comunità, con una forma di resistenza silenziosa ma evidente.

Mentre ci allontaniamo sulle acque dense del Tonlé Sap, guardo il villaggio che si allontana, le palafitte che si dissolvono nel tramonto. E penso che questa non è un’esperienza da consumare, ma da ascoltare. In silenzio, come il fiume.

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