Non sapevo bene cosa aspettarmi da San Juan Chamula.
Ne avevo sentito parlare come di un posto “fuori dal tempo” ma ormai, dopo tanti viaggi, queste formule un po’ esotiche mi scivolano addosso.
Ci andai in un pomeriggio qualunque, partendo da San Cristóbal de las Casas con una collettiva che arrancava su per le colline verdi del Chiapas. Appena arrivato davanti alla chiesa, una delle prime cose che mi dissero — in modo fermo ma gentile — fu di lasciare fuori telefono e macchina fotografica.
Niente immagini. “Lo vedi con gli occhi e te lo tieni nella memoria”, sembravano voler dire.
Accettai. In fondo, è giusto così.
La chiesa bianca, all’esterno, è graziosa e semplice. Facciata pulita, decori verdi e azzurri, un piccolo sagrato con donne in abiti tradizionali tzotzil che vendono frutta, candele, amuleti. L’atmosfera è tranquilla, ma appena varco la soglia capisco che sto entrando in un altro mondo.
Il pavimento è completamente coperto da aghi di pino freschi, profumati, come un tappeto naturale che attutisce i passi. Non ci sono panche, né altare nel senso tradizionale. Solo gruppi di persone sedute a terra, circondate da candele accese direttamente sul suolo, fiammelle tremolanti in mezzo a pozze di cera che si sciolgono lente, come in una veglia collettiva eterna. L’aria è densa di copal, l’incenso delle cerimonie maya. La luce filtra a malapena dalle finestre alte. Ci vedo, ma tutto sembra immerso in una nebbia lieve, in un silenzio vibrante.
Mi avvicino, con discrezione, a una famiglia raccolta in cerchio. Stanno pregando. A un certo punto, l’uomo prende un bottiglione di 7Up, ne beve un sorso, e — lo giuro — rutta sonoramente. Subito dopo, un altro sorso. Un altro rutto. Nessuno ride. Nessuno lo guarda male. È un gesto sacro: il rutto serve a scacciare gli spiriti maligni. L’ho letto dopo, ma lì per lì mi sembrava tutto assurdo e perfettamente naturale allo stesso tempo.
Poi, la scena che mi è rimasta dentro. La donna prende una gallina viva da una borsa. Con movimenti precisi, la passa sopra la testa del figlio, che sembra febbricitante. Un curandero si inginocchia accanto a loro. Dopo una preghiera a bassa voce, il sacrificio avviene.
Rapido, silenzioso.
L’animale muore tra le mani dell’uomo, in un gesto che sa di antichità, di necessità.
Nessuno si scandalizza. Nessuno si commuove. È parte di qualcosa che non si discute.
Attorno a me, statue di santi foderate di specchi mi osservano. Riflettono volti, fumo, candele, sguardi bassi. È una scena potente, che non giudica e non vuole essere capita. Solo vissuta.
Quando esco, la luce del giorno mi abbaglia. Mi siedo su un muretto a osservare i bambini che giocano in piazza, le donne che tessono, il vento tra i pini. Dentro la chiesa, il tempo sembrava sospeso. Fuori, tutto riprende il suo ritmo.
San Juan Chamula non è una cartolina. È un’esperienza viva, che ti mette davanti a un’altra idea di spiritualità, di malattia, di rito. E anche se non la capisci del tutto, ti resta dentro.
